Le Cappelle

Il Sacro Monte di Oropa, riconosciuto Patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, è costituito da 12 cappelle popolate di statue di terracotta policroma dedicate alla storia della vita di Maria. Costruito tra il 1620 e il 1720, conobbe il proprio sviluppo architettonico nello stesso periodo in cui il Santuario era in massima espansione: i fratelli D’Enrico, Pietro Giuseppe e Carlo Francesco Auregio, i Galliari, furono tra i grandi artisti che lavorarono al Sacro Monte curandone gli aspetti scultorei e pittorici, contribuendo a fare di questo complesso architettonico un percorso di fede che si sviluppa attraverso un vero e proprio paesaggio sacralizzato.

Cappella I – IMMACOLATA CONCEZIONE[+] Espandi
 

La rappresentazione del ciclo dei Misteri della vita di Maria inizia con questo edificio, costruito da alcuni rioni della città di Biella. L’armonia e l’eleganza di questa cappella ne fanno una tra le più belle di tutto il complesso. La pianta è rettangolare all’esterno ed ellittica all’interno, con l’asse maggiore parallelo alla direzione di ingresso ed è sormontata da una cupola. La costruzione è circondata da un bel portico, ben proporzionato ed in armonia con i prospetti, sorretto da 22 colonne in pietra locale sulle quali si impostano volte a crociera la cui geometria si può leggere anche sui ciottoli della pavimentazione. Il prospetto principale termina con un frontone decorato a mensole. La costruzione fu iniziata forse dopo il 1620, ma mancano le fonti d’archivio. Sul tetto era presente una lanterna che fu demolita quasi subito perché creava problemi di umidità. L’architettura di questo edificio è in stretta relazione con quella della cappella dell’Assunzione di Maria.

Il tema rappresentato, l’Immacolata Concezione, è piuttosto complesso ed ogni figura ha un significato preciso. Domina la scena un grande drago che si contorce: è il peccato originale, da cui Maria è preservata immune per i meriti della Passione di Cristo. Si può immaginare l’impatto visivo e drammatico che questa figura aveva sui visitatori all’epoca della realizzazione. Autore delle statue potrebbe essere Melchiorre D’Enrico fratello del più conosciuto Giovanni, ma non ci sono fonti d’archivio. Il drago è collocato tra i genitori di Maria, S. Gioachino (a sinistra) e S. Anna (a destra). Sul cornicione è rappresentata la Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo, che discende su Maria ritratta bambina ed inginocchiata sul globo terrestre. Due grandi angeli reggono rispettivamente una croce ed una colonna con un gallo, simboli della Passione. Nelle cinque nicchie delle pareti sono collocate le statue del profeta Isaia, del re Davide, del re Salomone e di due Sibille.

Cappella II – NATIVITÀ DI MARIA[+] Espandi

Le fonti scritte attestano che nel 1659 l’edificio, voluto dalle comunità del mandamento di Bioglio, era già in costruzione. La pianta è un rettangolo con due piccole absidi sui lati maggiori. Internamente lo spazio ha lo stesso disegno ma è interrotto dalla presenza di quattro colonne, con capitelli corinzi, che slanciano la costruzione e sorreggono le volte di copertura. Il prospetto presenta nella parte inferiore un portico leggermente aggettante con frontone, trabeazione e colonne in pietra; dello stesso materiale sono anche le lesene e le cornici delle finestre e della porta. La parte superiore, terminata nel XIX secolo, ha le decorazioni in muratura e la pietra è utilizzata solo per i capitelli: le lesene sono allineate con le colonne del portico e danno un senso di continuità e slancio alla facciata. Il prospetto termina con un frontone di notevoli dimensioni arricchito da un’imponente cornice che prosegue, più sottile e sorretta da mensole, sui lati e sul retro dell’edificio.

Le statue sono opera di vari autori: le prime, lavorate da F. Sala di Como e da C. A. Serra di Tollegno, già nel 1702 erano in cattive condizioni e se ne modellarono altre. La sistemazione attuale è ancora successiva e si deve a P. G. Auregio che rifece tutte le sculture e la gloria a partire dal 1711. Le prospettive dipinte, che riproducono scorci architettonici, opera di G. Galliari, furono alterate, insieme alle statue, dai restauri del 1970. La scena raffigura il parto in un ambiente domestico e si compone di tre gruppi scultorei distinti: in fondo, S. Anna è a letto assistita da due donne; in primo piano, la levatrice seduta, circondata da due grandi angeli e da una donna, mostra Maria in fasce al padre S. Gioachino: la culla con i due angioletti e la vasca per il bagno danno un tocco di realismo e semplicità al gruppo scultoreo; a destra alcune donne asciugano i panni intorno al camino. La gloria imponente, composta da un centinaio di statue, domina la scena.

Cappella III – PRESENTAZIONE DI MARIA AL TEMPIO[+] Espandi

Committente di questo edificio fu la comunità di Mongrando. La sua costruzione, assai tormentata, richiese interventi successivi. Nel 1659 si sa che i lavori erano già iniziati, ma la cappella fu terminata solo nei primi anni del ’700. La pianta esternamente è rettangolare e presenta una piccola abside nella parte posteriore. Il portico a tre arcate, coperto da volte a crociera e cieco ai lati, fu aggiunto all’inizio del XVIII secolo perché la facciata risultava danneggiata. Nel complesso la costruzione è semplice ma impreziosita dai lavori in pietra locale (colonne, archi e rivestimenti) eseguiti dagli scalpellini della valle. Lo spazio interno, sormontato da una volta a botte, si articola su due livelli, delimitati da una balaustra e collegati da una piccola scalinata concepita quasi come una sorta di piedistallo per porre in evidenza la figura del Sommo Sacerdote. La finestra semicircolare, visibile in prospetto, è stata provvisoriamente tamponata e l’illuminazione interna risulta perciò alterata.

Il gruppo scultoreo fu realizzato da Pietro Giuseppe Auregio e da suo fratello Carlo Francesco: si tratta del primo lavoro eseguito al Sacro Monte da parte del noto artista e l’unico a cui partecipò anche il fratello. I lavori iniziarono nei primi anni del 1700. La composizione della scena è sapiente: oltre la balaustra sono rappresentati il Sommo Sacerdote ed altri personaggi del Tempio, gli sguardi sono seri, i costumi ricchi; sul livello inferiore si trovano invece S. Gioachino e S. Anna, la Madonna che sale i gradini, una giovane madre che stringe il suo bambino ed altri personaggi. Il tono è qui più sereno e disteso, gli sguardi ingenui, i vestiti semplici. Questo contrasto si risolve nell’asse immaginario che unisce la Madonna ed il Sommo Sacerdote: la giovane sale le scale di slancio, ma un po’ intimorita, il vecchio sacerdote, imponente, l’accoglie con un gesto. Le statue sono ben modellate ed anche la resa degli abiti è notevole. Manca la gloria ed è un fatto abbastanza insolito.

 

 

 

 

Cappella IV – DIMORA DI MARIA AL TEMPIO [+] Espandi

La cappella fu commissionata dalla comunità di Pralungo ed iniziata nel 1662. I lavori procedettero a fasi alterne fino al 1673 circa, poi furono ripresi nel 1711 e conclusi in breve tempo. La composizione dei volumi è particolare: un cilindro fiancheggiato da quattro absidi, più basse, diametralmente opposte a due a due. La giustapposizione di queste figure genera una pianta a croce greca un po’ insolita che, tuttavia, conserva i tratti principali di tale tipologia. L’edificio termina con una cupola nascosta esternamente dal tiburio, sul quale svetta un lanternino cieco. Nell’abside d’ingresso è stato ricavato il vestibolo per i visitatori. Il cornicione e le colonne interne dovevano essere scolpiti in pietra locale, ma a causa del protrarsi della costruzione, furono eseguiti in muratura. All’esterno molto belli sono tutti i doccioni in pietra, sia quelli posti sul cornicione del tiburio, sia quelli posti agli angoli delle coperture delle absidi.

Le statue furono modellate da P. G. Auregio mentre G. Galliari si occupò delle pitture murarie: i lavori iniziarono poco dopo il 1711. La scena rappresenta un gruppo di fanciulle, nel Tempio di Gerusalemme, che attendono a lavori domestici o alla lettura, sotto il controllo vigile di una istitutrice. Gli abiti dei 44 personaggi sono morbidi ed i panneggi ben modellati. La Madonna, seduta al tavolo da lavoro, nell’abside di fronte all’ingresso, è facilmente individuabile perché circondata da graziosi angioletti. La scena è di grande pregio per la vivacità e l’espressività dei personaggi: splendida, a tale proposito, è la lite tra le due fanciulle nell’abside di destra. Il Galliari, esponente di un’abile famiglia di scenografi, cercò di dilatare lo spazio delle absidi e dell’intero edificio inserendo varie prospettive di ambienti o di elementi architettonici. Queste decorazioni sono di grande pregio, forse le più belle di tutto il complesso, ma furono alterate durante gli ultimi restauri.

Cappella V – SPOSALIZIO DI MARIA [+] Espandi

La costruzione intrapresa poco dopo il 1620 ad opera delle comunità di Chiavazza, Ronco e Zumaglia, terminò nel 1640 circa. Le date riportate sulle pareti non sono perciò esatte. L’edificio è a pianta rettangolare e presenta sulla parte anteriore un grazioso portico il cui fronte è sorretto da un arco a serliana, confrontabile con quello della cappella della Nascita di Gesù, ma più raffinato e leggero. Pregevoli sono i lavori in pietra: il cornicione che corona la parte superiore dell’edificio, con un profilo simile a quello della cappella della Visitazione, il portico in blocchi ben squadrati, la trabeazione, le colonne con i rispettivi basamenti riccamente ornati e le cornici di porte e finestre. Il materiale lapideo utilizzato per questa cappella proviene dalle vicine cave del Favaro ed è stato lavorato da scalpellini del luogo. L’interno è coperto da una volta a botte; una scalinata, larga quanto l’intero edificio, pone in risalto le figure principali collocate sul livello più alto.

La scena ritrae lo Sposalizio di Maria secondo la narrazione del Protoevangelo di Giacomo: la sorte avrebbe indicato il prescelto con la fioritura di una tra le verghe che i pretendenti avevano con sè. La Madonna e S. Giuseppe sono davanti al Sommo Sacerdote, circondati dai loro parenti, dai rivali di S. Giuseppe, colti nel gesto di spezzare i loro bastoni, e da alcune donne. Lo Sposo tiene con la mano sinistra la verga fiorita e porge la destra a Maria per contrarre matrimonio. Le statue sono opera di G. D’Enrico al culmine della sua maturità artistica: i personaggi, modellati con grande maestria e perfezione, sono stati restaurati nel corso degli anni. Già al principio del ‘700 l’Amministrazione incaricò P. G. Auregio di risistemare le parti deteriorate. L’abile mano dell’artista non alterò i tratti caratteristici e originali del D’Enrico. Le pitture sulle pareti, realizzate forse nel 1919, riproducono curiosamente alcune tra le statue presenti nell’edificio. Il restauro del 1969 fu deludente.

Cappella VI – ANNUNCIAZIONE[+] Espandi

La cappella fu edificata per opera della comunità di Candelo e successivamente si unì a sostegno anche quella di Cossato. La prima fonte scritta attesta che nel 1659 l’edificio era in via di esecuzione. La costruzione attuale fu rifatta probabilmente nel prospetto e nella copertura (volta e tetto) già nei primi anni del XVIII secolo. È forse la cappella più semplice tra tutte quelle realizzate: pianta rettangolare, prospetti privi di decorazioni o modanature, fatta eccezione per le splendide mensole che sorreggono lo sbalzo del tetto. È interessante il contrasto tra l’estrema povertà dell’intonaco bianco e l’eleganza dei lavori in pietra. L’aula interna, coperta con una volta a botte, è divisa in due parti: lo spazio riservato ai visitatori è ribassato e ricorda quello delle Nozze di Cana, ma a differenza di quest’ultimo non esiste un vano superiore. La finestra in prospetto, oggi malamente tamponata, dovrebbe illuminare la scena.

 

 

 

F. Sala di Como realizzò il primo gruppo scultoreo, ma probabilmente non fu apprezzato perché qualche anno più tardi fu affidata una nuova realizzazione a B. Termine. Tuttavia anche questo gruppo plastico non ebbe fortuna: fu infatti sostituito intorno al 1714, poiché versava in pessime condizioni. Autore delle statue attuali è P. G. Auregio. La scena è di estrema semplicità: a sinistra la Madonna inginocchiata, sulla quale si posa lo Spirito Santo raffigurato come colomba e a destra l’arcangelo Gabriele seduto su un gruppo di nuvole. Questi volumi sono caratterizzati da una struttura portante leggera, in quanto cava internamente e costituita da grossi vasi in terracotta. L’Arcangelo è circondato da angeli e cherubini e più in alto si scorge il Padre Eterno, che completa la gloria. Le pitture, di poco pregio, ritraevano l’interno di una stanza che si apriva su un paesaggio orientale, sostituito probabilmente durante i restauri del 1969 con una veduta locale.

Cappella VII – LA VISITAZIONE [+] Espandi

La costruzione di questa cappella iniziò tardi rispetto a quelle degli altri edifici, ma la sua esecuzione fu assai rapida perché nel 1720, anno della Seconda Incoronazione, era già ultimata. La comunità di Occhieppo Superiore la ricevette in affidamento dal Santuario che ne aveva iniziata l’edificazione e si assunse l’onere di completarla. La costruzione attuale ha pianta ottagonale all’esterno ed è ellittica all’interno poiché il perimetro esterno non ha i lati uguali; l’asse maggiore è perpendicolare alla direzione di ingresso. Una piccola cupola, nascosta dalle falde del tetto, conclude in altezza lo spazio interno ed è sormontata da un lanternino cieco. La porta presenta un interessante lavoro in pietra agli stipiti e sull’architrave, che fa da contrappunto all’estrema semplicità della costruzione. Degno di nota è anche il cornicione che sottolinea con decisione l’imposta del tetto.

La scena ritrae l’incontro tra la Vergine e la cugina Elisabetta. Il gruppo scultoreo è assai semplice ed è composto da quattro statue e dalla gloria formata da alcuni piccoli angeli. I personaggi furono modellati da P. G. Auregio che li terminò nel 1717. Nel corso degli anni subirono pesanti interventi e rimaneggiamenti: ciò che oggi possiamo vedere risulta danneggiato ed alterato. La disposizione dei personaggi è sapiente: al centro l’abbraccio gioioso tra le due donne, sotto lo sguardo discreto di S. Giuseppe (a destra) e quello pieno di ammirazione di S. Zaccaria (a sinistra) che accoglie gli ospiti sulla porta di casa. La decorazione interna, richiesta dallo stesso Auregio, è di modesta fattura: fu eseguita negli anni successivi alla posa delle statue e ritrae la corte di una casa signorile, probabilmente di impronta orientale. Un cartiglio a lato di S. Zaccaria riporta le parole che il Vangelo fa pronunciare a S. Elisabetta alla vista di Maria.


Cappella VIII –  NATIVITà DI GESÙ[+] Espandi

La costruzione di questo edificio si protrasse per circa un secolo, iniziata nel primo quarto del 1600 fu conclusa solo nel 1715. I pastori della valle se ne fecero carico e scelsero questo Mistero direttamente legato al loro mondo agreste. Non avendo i fondi necessari per portare avanti i lavori, chiesero in seguito aiuto al Duca Carlo Emanuele II che finanziò parte della costruzione. L’edificio si presenta all’esterno a pianta quadrata con gli spigoli rientranti ed è preceduto da un portico chiuso ai lati, con un arco a serliana che consente l’accesso. All’interno la pianta mantiene lo stesso disegno ma i vertici del perimetro sono rinforzati da quattro pilastri sui quali, attraverso altrettanti pennacchi sferici, si imposta la cupola di copertura. I lavori in pietra sono limitati all’arco con la sua trabeazione, agli stipiti ed all’architrave della porta, ai cornicioni ed alle mensole a sostegno dello sbalzo del tetto.

La scena è uno straordinario presepio a grandezza naturale, tra i più antichi della zona. Fu realizzato da P. G. Auregio a partire dal 1716. La capanna di Betlemme è stata costruita utilizzando i materiali locali: le lose di pietra per il tetto ed il legno per la struttura di sostegno. Le statue al suo interno raffigurano il Bambino, la Madonna, S. Giuseppe, il bue, l’asino e due angeli. La figura di Gesù, ritratto con le sembianze di un bel neonato delle valli locali, è forse la più interessante del gruppo e meriterebbe di essere ammirata da vicino. Due pastori contemplano la scena in ginocchio, un terzo è seduto a destra e suona uno strumento a fiato. La gloria è un tripudio di angeli e cherubini: un centinaio di figure circa che appoggiate sulle nuvole in terracotta arricchiscono le pareti della cappella sviluppandosi dall’interno della capanna. Tutte le statue di questo gruppo sono pregevoli e confermano il valore di P. G. Auregio che seppe esprimersi ad alto livello anche nel modellare gli animali tra cui spiccano il bue e l’asino. G. Galliari, scenografo che lavorò anche alla cappella della Dimora, si occupò della realizzazione delle pitture murarie danneggiate, come le statue, dal restauro del 1969.

Cappella IX – PURIFICAZIONE DI MARIA [+] Espandi

Fu commissionata dalle comunità di Vigliano e Valdengo. Nel 1659 i lavori erano già iniziati e furono conclusi nel 1664 circa. La pianta è esagonale, con un piccolo portico a protezione dell’ingresso, ed è simile al progetto dell’edificio mai realizzato della fuga in Egitto. Nel complesso la costruzione è graziosa e ben proporzionata: gli spigoli dei muri sono segnati dalla presenza di lesene che sorreggono una finta trabeazione sulla quale poggia il cornicione vero e proprio. L’esterno è interamente intonacato mentre le colonne, le lesene e gli architravi del portico sono in pietra locale. L’interno è anch’esso esagonale e presenta risalti decorativi in forma di pilastri ai vertici del perimetro, su quali si imposta la cupola formata da sei spicchi. L’edificio, nonostante goda di un’esposizione favorevole, presenta grossi problemi di umidità che hanno compromesso le decorazioni e gli intonaci sia all’esterno sia all’interno.

Il gruppo scultoreo è opera di B. Termine che lo plasmò tra il 1664 ed il 1666. In seguito, suo nipote P. G. Auregio lo restaurò nel 1725. Le statue sono mediocri, per la mancanza di espressività dei volti e per le proporzioni non sempre felici dei personaggi. Quelle della Madonna con il bambino (a destra) e del Sommo Sacerdote (a sinistra) si distinguono dalle altre ed è difficile credere che siano state plasmate dalla stessa mano. Sulla base di un confronto con le opere che P. G. Auregio realizzò per la cappella della Presentazione (il Sommo Sacerdote) e per quella della Nascita di Gesù (la Madonna ed il bambino) si può ipotizzare che egli sostituì integralmente i tre personaggi centrali del gruppo. La scena è completata, secondo la tradizione evangelica, da S. Giuseppe, dalla profetessa Anna e dalla donna che porta il cesto con due piccioni. Il Termine aggiunse invece a sua discrezione altre figure.

 

Cappella X – NOZZE DI CANA[+] Espandi

Fu costruita nella prima metà del ‘600 dalla comunità di Lessona, che scelse questo Mistero forse per una certa attinenza con l’attività legata ai propri vigneti. È un edificio a pianta rettangolare e dal prospetto massiccio. In facciata due gruppi di lesene, che si impostano su un basamento piuttosto alto, sorreggono una fascia di cornici ed il cornicione; pochi sono i lavori in pietra. L’aula interna è divisa in due parti da una balaustra lapidea che sostiene una pregevole inferriata: entrambe le opere sono seicentesche. Nell’atrio accessibile al pubblico, sulla destra, si noti una piccola scala che permette di raggiungere un vano superiore che non sembra, però, avere funzioni particolari. Il restauro del tetto, compiuto non più tardi di trent’anni fa, ne ha snaturato la struttura sostituendo le vecchie travi lignee di sostegno delle lose in pietra con falde in calcestruzzo armato.

Il gruppo statuario fu modellato da Giovanni D’Enrico, con l’aiuto di altri artisti. La scena, un banchetto di nozze dell’epoca, rende in maniera straordinaria il movimento, lo stupore e la vivacità dei personaggi: sembra un’istantanea. La disposizione delle statue a tavola è sapiente: si riconoscono Gesù, al centro, e la Vergine Maria, alla sua sinistra, mentre, sulla destra, si nota la splendida figura del vecchio commensale che si volta ad ammirare il prodigio; intorno al tavolo siedono gli invitati ed i parenti. Il tutto è reso più reale e vivace dalla presenza di alcuni credenzieri, paggi e coppieri. In alto, sulla tribuna sorretta da tre mensole a forma di cariatide, un gruppo di musici allieta il convivio. Diversi furono gli interventi sulle statue: nel 1723 furono sistemate barbe e capigliature; nel 1724 l’Auregio ridipinse alcuni personaggi; i restauri del 1969 alterarono pesantemente le figure con tinte sgargianti e sostituirono gli arredi originali: la tovaglia ed i fiori oggi sono di plastica.

Cappella XI – ASSUNZIONE DI MARIA[+] Espandi

La distanza tra questa cappella e la precedente sta a testimoniare la mancata realizzazione di altri edifici, che sarebbero dovuti sorgere lungo il percorso a zig zag, qui ben evidente. Fu commissionata dalle comunità del mandamento di Mosso, la cui protettrice era Maria Assunta, e si sa che nel 1659 era già in costruzione. L’edificio è tra i più belli dell’intero complesso: una pianta circolare, contornata da un portico, si sviluppa in altezza con un volume cilindrico rinforzato, sotto l’intonaco, da una cerchiatura metallica e concluso da una cupola non visibile esternamente perché nascosta dal tiburio. Il disegno del portico è ben proporzionato ed armonico, le colonne sono in pietra locale e poggiano su un muretto che serve da parapetto e da sedile. La costruzione fu terminata nei primi anni del XVIII secolo. In origine, per illuminare la gloria, era presente una lanterna che fu sostituita da una finestra semicircolare all’altezza del tetto del portico.

Le vicende della realizzazione del gruppo statuario sono assai tormentate. Nel 1670 fu commissionata la gloria all’Aliprandi, nome nuovo tra gli artisti del Sacro Monte. In seguito a varie vicissitudini l’opera dell’Aliprandi, che si avvalse anche dell’aiuto di un altro scultore di nome Scotto, non fu mai collocata. Si interpellarono, successivamente, altri artisti per realizzare il gruppo scultoreo: fu scelta la gloria del Barberini, scultore lombardo del ‘600 assai noto. A lui furono probabilmente commissionate anche le statue, ma morì lasciando l’opera incompiuta. Fu allora Agostino Silva di Como che pose in opera la gloria e realizzò le statue degli apostoli da posizionare a terra. Gli Auregio, infine, ebbero l’incarico di risistemare le sculture poiché non furono giudicate all’altezza: essi modificarono i panneggi dei vestiti e ricollocarono la gloria secondo il disegno originale. La scena rappresenta Maria assunta in cielo e gli apostoli intorno al sepolcro vuoto. La gloria è un tripudio di angioletti in festa che circondano la Vergine: gli atteggiamenti, i volti ed i gesti, pur nella loro molteplicità, sono dotati di una grande carica ed unità espressiva.

 

 


Cappella XII – INCORONAZIONE DI MARIA[+] Espandi

Questo edificio, voluto dalla città di Biella, fu il primo del complesso ad essere iniziato (dopo il 1621) e fu terminato solo un decennio più tardi. Dedicato al trionfo di Maria in cielo, l’architettura rispecchia la maestosità dell’avvenimento: è la cappella più grande, quella che contiene il maggior numero di statue, le più importanti per valore artistico. La pianta è a croce greca, preceduta da un portico imponente, in pietra finemente lavorata. Una balaustra in pietra levigata ed una grande inferriata dividono lo spazio interno creando una sorta di vestibolo nel braccio di ingresso della pianta. La cupola, nascosta dal tiburio ben visibile all’esterno, chiude lo spazio centrale mentre i bracci sono coperti da volte a botte. Nel 1653 circa l’edificio fu contornato, nella parte posteriore e sui lati, da una galleria chiusa per proteggerlo dai forti venti e dalle piogge, che creavano problemi di umidità. Guardando attraverso le aperture di questo deambulatorio si intravede la muratura portante dell’edificio ed anche il cornicione originario. Il progetto della cappella si deve all’architetto Francesco Conti.

l scena rappresenta l’incoronazione della Madonna per opera della SS. Trinità, tra una schiera numerosissima di angeli e santi. È detta anche cappella del “Paradiso”. Le statue sono oltre 150: angeli, cherubini, santi, santi innocenti, la Madonna, la SS. Trinità, Adamo ed Eva. Furono modellate e decorate, a partire dal 1633, con straordinaria maestria da Giovanni D’Enrico e Giacomo Ferro: per valore artistico superano tutte quelle delle altre cappelle. Il gruppo statuario fu l’unico a sfuggire ai restauri del 1969-1970, ma in passato una o più mani di colore coprirono la splendida policromia secentesca, che i restauri da poco compiuti ci hanno in parte restituito. La scena è grandiosa, i personaggi sembrano immobilizzati d’improvviso nel gesto di contemplare l’incoronazione della Vergine, gli sguardi sono rapiti, le braccia drammaticamente tese verso l’alto. I volti scavati, le barbe e le capigliature lunghe sono tratti inconfondibili dello stile di G. D’Enrico. La spiccata verticalità del gruppo scultoreo si fonde con l’architettura quasi a formare un unico oggetto, una sorta di teatro a scena fissa, sicuramente uno dei più grandi mai realizzati.

 

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